E dopo pochi giorni si staccarono dai rami e sparse per il suolo le ciliegie calpestiamo.
E un suono ci richiama su dagli orti e qui fra i rami con tono di rimprovero come voci di madri.
Ci chiede di affrettarci ché dentro casa è pronto le tavole addobbate e fuori freddo, scade il giorno.
Ma noi fra solidali non vogliamo risalire per coltivare l’orto serviranno queste ore.
Ma poi cosa faranno se il buio cala intorno? Non han goduto luce fin da quando il sole è sorto?
E quando son mature la mano del padrone che scende giù nell’orto ci viene ad assaggiare.
Ma se qualcuna baca perché c’ha i vermi dentro o se è rimasta guasta dal becco di un fringuello,
ci lascia appese al ramo fin quando viene il vento che fa cadere al suolo dove anche i cani vengono.
E questo che ci accade è simile alle vostre tragedie tutte umane ciliegie come foste:
poiché anche voi appesi all’albero di vita da quello siete scesi perdendone la linfa.
Ed ora chi vi gusta vi trova anche insipienti lasciandovi cascare per terra fra gli sterpi,
laddove bisce accese dall’ira e da ingordigia vi possono inghiottire e mai più risputare.
Invece quelle adorne di grazia e di freschezza piace al padrone accogliere dentro un’ampia cesta.
Cuocendole le scioglie fino ad amalgamarle ci fa gran marmellate che tiene su in dispensa.
Ma le migliori prende mettendosele in bocca non per le torte sceglie gusta direttamente.
A volte quelle grame ne ha quasi simpatia le infila nella cesta e se le porta via.
E queste son contente, così come voi siete gramati dal peccare pendenti dai ciliegi:
come ciliegie amare graziate dal bel tempo, scampate poi dal vento se poi l’amor vi pente.